La Liguria è la prima regione italiana per peso dell’economia del mare. Porti, nautica, cantieristica, turismo, logistica, pesca e tecnologie subacquee aprono una nuova stagione di investimenti, formazione e occupazione.
La Blue Economy non è più un settore economico circoscritto alle attività portuali o alla pesca. È un sistema produttivo ampio e interconnesso, nel quale operano imprese della logistica, della cantieristica, della nautica da diporto, del turismo costiero, dei trasporti, dell’acquacoltura, della ricerca scientifica, della tutela ambientale, della robotica subacquea e dei servizi tecnologici.
In Italia l’economia del mare è ormai una delle principali piattaforme industriali e occupazionali del Paese. In Liguria rappresenta qualcosa di ancora più profondo: una specializzazione territoriale, una vocazione produttiva e una delle più importanti opportunità di sviluppo dei prossimi anni.
La Liguria non è soltanto una regione affacciata sul mare. È una regione che vive del mare, produce attraverso il mare e concentra lungo la costa competenze, infrastrutture e imprese difficilmente riscontrabili, con la stessa intensità, in altre aree italiane.
Per comprendere la reale portata di questo fenomeno occorre superare le definizioni generiche e osservare dati, filiere, professioni richieste, investimenti pubblici e nuovi bandi per la formazione.
L’espressione Blue Economy identifica l’insieme delle attività economiche che utilizzano il mare, le coste e le risorse marine come fattori produttivi.
Il XIV Rapporto nazionale sull’Economia del Mare individua sette grandi filiere:
filiera ittica;
industria delle estrazioni marine;
cantieristica e riparazione navale;
movimentazione di merci e passeggeri;
servizi di alloggio e ristorazione costiera;
ricerca, regolamentazione e tutela ambientale;
attività sportive e ricreative legate al mare.
A queste attività consolidate si stanno aggiungendo nuovi comparti: robotica subacquea, intelligenza artificiale applicata alla navigazione, droni marini, sensoristica, cybersecurity, protezione dei cavi sottomarini, produzione di energie rinnovabili marine e monitoraggio degli ecosistemi.
La Blue Economy deve quindi essere interpretata come un sistema integrato. Una nave, un porto o uno yacht non producono valore soltanto attraverso il proprio utilizzo diretto. Attivano progettisti, manutentori, fornitori, imprese di logistica, società informatiche, assicurazioni, operatori turistici, ristorazione, servizi finanziari e attività formative.
Secondo il XIV Rapporto nazionale sull’Economia del Mare 2026, realizzato dall’Osservatorio nazionale OsserMare, dal Centro Studi Tagliacarne e da Unioncamere, in Italia operano 253.599 imprese riconducibili all’economia del mare.
Gli occupati diretti sono 1.133.949, mentre il valore aggiunto prodotto direttamente dalle filiere blu raggiunge 78,9 miliardi di euro.
Considerando anche la ricchezza generata indirettamente nel resto del sistema economico, il valore complessivo attivato dalla Blue Economy arriva a 224,9 miliardi di euro, pari all’11,4% del prodotto interno lordo italiano. (Unioncamere)
Il dato più interessante riguarda il cosiddetto moltiplicatore economico. Per ogni euro prodotto direttamente dall’economia del mare, ne vengono attivati altri 1,8 nelle attività collegate.
Questo significa che un investimento nella portualità, nella nautica, nella cantieristica o nel turismo costiero genera ricadute molto più ampie rispetto al perimetro della singola impresa.
L’economia del mare mostra inoltre un dinamismo superiore a quello del sistema produttivo nazionale. Nell’ultima rilevazione disponibile il valore aggiunto della Blue Economy è cresciuto del 3,8%, mentre l’occupazione è aumentata del 4,2%. (tagliacarne.it)
Non stiamo quindi parlando di un comparto residuale o tradizionale, ma di una delle principali leve di politica industriale, occupazionale e infrastrutturale del Paese.
Il dato che deve attirare maggiormente l’attenzione delle imprese, delle istituzioni e del sistema formativo è il primato della Liguria.
Il XIV Rapporto nazionale sull’Economia del Mare colloca la Liguria al primo posto in Italia per incidenza del valore aggiunto dell’economia del mare sul totale dell’economia regionale, con una percentuale del 14,4%.
Seguono, a notevole distanza, la Sardegna con il 7,5%, il Friuli-Venezia Giulia con il 7,3%, la Campania con il 7,1%, la Sicilia con il 7% e il Lazio con il 6,8%. (tagliacarne.it)
La specializzazione ligure è quindi quasi doppia rispetto a quella della regione collocata al secondo posto.
Il decreto regionale che approva il Piano settoriale Blue Economy richiama, sulla base della precedente serie di dati disponibile al momento della predisposizione dell’atto, un’incidenza del 13,8% sul valore aggiunto regionale e del 15,4% sull’occupazione complessiva. Le differenze derivano dall’anno di riferimento e dall’aggiornamento delle rilevazioni, ma confermano lo stesso dato strutturale: nessun’altra regione italiana dipende dall’economia del mare quanto la Liguria.
La Blue Economy ligure non è inoltre concentrata esclusivamente a Genova. Assume forme differenti nelle quattro province:
Genova concentra portualità, logistica, trasporto marittimo, crociere, cantieristica, servizi armatoriali, ricerca, formazione e attività tecnologiche.
La Spezia presenta una fortissima specializzazione nella cantieristica, nella nautica, nella produzione di yacht e megayacht, nella difesa e nelle tecnologie subacquee.
Savona e Vado Ligure uniscono terminal commerciali, attività industriali, crociere, logistica, nautica, turismo costiero e servizi collegati alla portualità.
Imperia presenta una Blue Economy maggiormente legata alla nautica da diporto, ai porti turistici, alla pesca, alla ricettività, agli stabilimenti balneari, alla ristorazione e al turismo esperienziale.
Il mare costituisce dunque una piattaforma economica comune all’intera regione, sebbene con specializzazioni provinciali differenti.
La forza ligure emerge anche dalle classifiche provinciali.
Secondo il XIV Rapporto nazionale, La Spezia è la terza provincia italiana per incidenza del valore aggiunto prodotto dall’economia del mare sul totale provinciale, con il 17,1%. Genova è quarta con il 16,2%. Davanti alle due province liguri si trovano soltanto Trieste e Livorno. (tagliacarne.it)
La Spezia presenta dati particolarmente significativi. Il Secolo XIX ha evidenziato che il 17,5% delle imprese provinciali appartiene all’economia del mare. Gli occupati sono 15.336, pari al 15,8% dell’intero sistema economico provinciale.
La cantieristica incide inoltre per il 61,6% sull’export della provincia, confermando la centralità delle costruzioni navali, della nautica e della produzione di yacht e megayacht. (Il Secolo XIX)
Genova mantiene una funzione differente ma altrettanto strategica. Il porto, le attività armatoriali, i terminal, gli spedizionieri, la cantieristica, le crociere, i servizi assicurativi e finanziari e le imprese tecnologiche compongono un ecosistema nel quale la Blue Economy coincide con una parte fondamentale dell’identità produttiva della città.
Il sistema ligure non deve però essere analizzato come la semplice somma delle quattro province. La sua forza deriva proprio dalla complementarità tra porti commerciali, porti turistici, cantieri, imprese industriali, operatori turistici, centri di ricerca e strutture formative.
I porti liguri rappresentano una delle principali porte d’ingresso delle merci destinate al Nord Italia e all’Europa centrale.
Genova, Pra’, Savona, Vado Ligure e La Spezia costituiscono un sistema portuale di rilievo internazionale, attorno al quale operano migliaia di imprese.
La portualità non riguarda soltanto il carico e lo scarico delle navi. La filiera comprende:
spedizionieri;
agenti marittimi;
terminalisti;
imprese ferroviarie;
autotrasportatori;
operatori doganali;
società armatoriali;
imprese di manutenzione;
servizi di sicurezza;
società informatiche;
assicurazioni;
consulenti e professionisti.
Il completamento del Terzo Valico, il potenziamento del nodo ferroviario, la nuova diga foranea di Genova e il miglioramento dei collegamenti con il Nord Italia possono aumentare notevolmente la capacità competitiva del sistema.
La questione fondamentale non riguarda però soltanto la disponibilità delle opere. Le infrastrutture devono essere accompagnate da servizi efficienti, digitalizzazione, interoperabilità dei sistemi e personale adeguatamente formato.
Il Secolo XIX ha sottolineato proprio come la logistica ligure debba evolvere verso un’organizzazione di sistema, capace di integrare porti, ferrovie, imprese e piattaforme digitali. (Il Secolo XIX)
La cantieristica è una delle filiere industriali più importanti della Blue Economy ligure.
Accanto ai grandi stabilimenti operano centinaia di piccole e medie imprese altamente specializzate in:
carpenteria metallica;
saldatura;
impiantistica;
elettronica;
meccanica;
idraulica;
falegnameria;
verniciatura;
progettazione;
automazione;
domotica;
manutenzione;
refitting.
Il valore del settore dipende in larga misura dalla qualità di questo indotto. Uno yacht o una nave sono prodotti complessi, realizzati attraverso la collaborazione di numerose aziende, professionisti e lavoratori specializzati.
Genova, La Spezia e Savona partecipano direttamente a questa catena produttiva. La presenza di cantieri, porti, marine turistiche e imprese di servizi crea una concentrazione di competenze che costituisce un vantaggio competitivo per l’intera regione.
Il problema principale è la progressiva difficoltà nel reperire saldatori, carpentieri, manutentori, impiantisti, elettricisti, tecnici meccanici e operatori con esperienza pratica.
Il rischio è paradossale: il mercato cresce, gli ordini aumentano, ma le imprese non trovano il personale necessario per sostenere lo sviluppo.
Uno dei settori con le maggiori prospettive è quello della dimensione subacquea.
L’underwater non coincide con le sole attività di immersione. Comprende robotica subacquea, veicoli autonomi, droni, sistemi di comunicazione, sensoristica, monitoraggio ambientale, protezione delle infrastrutture critiche, cavi sottomarini, raccolta dei dati, intelligenza artificiale e nuovi materiali.
Il primo Rapporto nazionale sulla dimensione subacquea italiana ha censito 189 imprese, alle quali erano riconducibili, nel 2023, 30,5 miliardi di euro di fatturato, 7,3 miliardi di valore aggiunto e 63.458 addetti. (Unioncamere)
La Spezia occupa una posizione centrale grazie alla presenza del Polo nazionale della dimensione subacquea.
Nel maggio 2026 Regione Liguria e Polo nazionale hanno sottoscritto un protocollo d’intesa che prevede un impegno regionale di dieci milioni di euro nel triennio 2026-2028 per favorire ricerca, innovazione e sviluppo tecnologico nel settore underwater. (Regione Liguria)
Per la Liguria si apre quindi una prospettiva industriale che può coinvolgere grandi imprese, piccole aziende specializzate, startup, università, centri di ricerca e organismi formativi.
Le professioni richieste non saranno soltanto quelle degli ingegneri. Serviranno tecnici, operatori, manutentori, specialisti di sensoristica, informatici, addetti alla sicurezza, piloti di sistemi autonomi e lavoratori preparati a operare in ambienti complessi.
Il turismo rappresenta una componente essenziale della Blue Economy ligure.
Crociere, traghetti, porti turistici, stabilimenti balneari, diving, escursionismo costiero, ristorazione, ricettività e servizi nautici appartengono a un’unica filiera economica.
I dati del 2026 confermano il ruolo del comparto. Nel primo trimestre dell’anno i passeggeri delle crociere a Genova sono aumentati del 40%. Nei primi quattro mesi del 2026 gli arrivi negli appartamenti a uso turistico liguri sono cresciuti del 22,9%, mentre le presenze sono aumentate del 46,7%. (Il Secolo XIX)
La crescita quantitativa, tuttavia, non è sufficiente.
Il turismo blu deve essere valutato attraverso indicatori più evoluti:
durata media del soggiorno;
spesa generata sul territorio;
distribuzione dei flussi durante l’anno;
qualità dell’occupazione;
accessibilità dei servizi;
sostenibilità ambientale;
integrazione fra costa ed entroterra;
valorizzazione della cultura e dell’enogastronomia.
Il Secolo XIX ha inoltre raccontato la nascita dell’Hub Blue Economy del Tigullio, con sede operativa nel Porto di Lavagna. L’iniziativa punta a collegare imprese, scuole, famiglie e lavoratori, orientando giovani e adulti verso professioni del mare spesso ancora poco conosciute. (Il Secolo XIX)
Il vero obiettivo deve essere trasformare il turismo marittimo in un’economia dell’esperienza capace di funzionare durante tutto l’anno.
La pesca e l’acquacoltura hanno dimensioni inferiori rispetto alla portualità e alla cantieristica, ma conservano un’importante funzione economica, sociale e culturale.
La crescita futura della filiera dipenderà dalla capacità di integrare:
sostenibilità ambientale;
tracciabilità;
trasformazione del prodotto;
vendita diretta;
ristorazione;
pescaturismo;
ittiturismo;
educazione ambientale.
In Liguria la piccola pesca può diventare una componente distintiva del turismo esperienziale, soprattutto quando viene collegata alla ristorazione, ai prodotti locali e alla narrazione delle comunità costiere.
Anche in questo settore sarà necessario favorire il ricambio generazionale, l’innovazione e l’ingresso di nuove competenze imprenditoriali.
Il problema più serio della Blue Economy italiana non è la mancanza di possibilità economiche. È la difficoltà di trovare persone con competenze adeguate.
Secondo il XIV Rapporto nazionale, il 65,9% delle imprese dell’economia del mare segnala difficoltà nel reperire figure professionali preparate.
Il nodo principale riguarda le competenze tecniche specifiche, indicate dal 43,1% delle aziende. Seguono le competenze relazionali e di problem solving, quelle digitali e informatiche e quelle amministrative e contabili. (tagliacarne.it)
In Liguria il 49,4% delle imprese dell’intero sistema produttivo regionale dichiara di non riuscire a trovare personale adeguato. Il decreto regionale sottolinea che nella Blue Economy la difficoltà è ancora più intensa e riguarda sia i profili ad alta tecnologia sia le competenze operative di base.
Le imprese cercano:
saldatori e carpentieri navali;
manutentori e impiantisti;
elettricisti ed elettronici;
operatori portuali;
tecnici della logistica;
marinai;
addetti ai servizi di bordo;
operatori subacquei;
specialisti digitali;
tecnici ambientali;
addetti all’accoglienza crocieristica;
personale qualificato per turismo e ristorazione.
Sono richieste competenze tecniche, ma anche affidabilità, conoscenza delle norme di sicurezza, capacità di lavorare in squadra, conoscenze linguistiche e familiarità con gli strumenti digitali.
Per questo la formazione non deve essere considerata un servizio accessorio. Nella Blue Economy la formazione è un’infrastruttura produttiva, esattamente come un porto, un cantiere o una linea ferroviaria.
Il 30 giugno 2026 Regione Liguria ha pubblicato il nuovo Piano settoriale Blue Economy, finanziato attraverso il Programma regionale FSE+ 2021-2027.
La dotazione complessiva è di cinque milioni di euro.
Le candidature possono essere presentate dagli organismi formativi accreditati e dalle associazioni temporanee di impresa o di scopo, a partire dal 7 luglio ed entro le ore 12 del 15 settembre 2026. (Regione Liguria)
Il bando Blue Economy Liguria 2026 è rivolto alla progettazione di percorsi destinati a persone maggiorenni disoccupate o inattive.
I settori prioritari individuati dalla Regione sono:
portualità;
cantieristica;
manutenzione navale;
turismo crocieristico;
pesca;
acquacoltura;
subacquea.
L’obiettivo è duplice: aumentare le competenze disponibili sul territorio e ridurre la distanza fra le professionalità richieste dalle imprese e quelle effettivamente presenti nel mercato del lavoro.
I corsi finanziati potranno avere una durata compresa fra 150 e 600 ore.
All’interno del monte ore complessivo dovrà essere previsto uno stage curricolare presso imprese della Blue Economy, con una durata compresa fra il 30% e il 50% del percorso.
Lo stage non sarà quindi un’appendice marginale, ma una parte fondamentale del processo formativo. Le aziende dovranno collaborare alla definizione delle attività, mettere a disposizione un tutor e permettere agli allievi di acquisire competenze direttamente nell’ambiente di lavoro.
I percorsi dovranno essere collegati a un tirocinio extracurricolare oppure a un’attività strutturata di incontro fra domanda e offerta di lavoro.
Per il tirocinante è prevista un’indennità di partecipazione di 500 euro mensili, riconosciuta sulla base dell’effettiva presenza.
Il bando non finanzia quindi corsi astratti o scollegati dalle imprese. Richiede percorsi costruiti partendo dai fabbisogni aziendali e orientati concretamente all’inserimento lavorativo.
Il nuovo intervento parte dai risultati ottenuti dal precedente Piano dell’economia del mare e del turismo.
La prima edizione aveva finanziato 49 percorsi professionalizzanti nei settori della nautica, della logistica, dell’impiantistica, della meccanica e dei servizi turistici.
Le persone coinvolte erano state 484. Di queste, 401 avevano ottenuto una qualificazione e il 57% aveva trovato lavoro.
L’iniziativa aveva impegnato 4.946.197 euro, pari al 98,9% delle risorse disponibili.
Il risultato dimostra che la formazione progettata insieme alle imprese può produrre effetti occupazionali concreti.
Dimostra anche che i bandi Blue Economy non devono essere interpretati soltanto come occasioni di finanziamento. Sono strumenti di politica industriale e di sviluppo territoriale.
Regione Liguria ha avviato una roadmap finalizzata alla creazione della Scuola delle professioni del mare.
Il progetto prevede il coordinamento fra Regione, organismi formativi, scuole, ITS, Università di Genova, imprese, associazioni e amministrazioni locali.
Il tavolo ForMare dovrà individuare i fabbisogni professionali, programmare i percorsi e rendere più riconoscibile l’offerta formativa collegata alla Blue Economy. (Regione Liguria)
Il Secolo XIX ha riportato l’obiettivo regionale di arrivare progressivamente a una presenza della Scuola delle professioni del mare nei diversi capoluoghi liguri.
Nello stesso quadro vengono valorizzati i percorsi dell’Accademia italiana della Marina mercantile, che nel 2025 avrebbero raggiunto un esito occupazionale del 95%. (Il Secolo XIX)
La direzione appare chiara: la Liguria vuole costruire una filiera formativa stabile, riconoscibile e direttamente connessa alle imprese.
La Blue Economy ligure dispone di punti di forza straordinari:
porti commerciali di rilevanza internazionale;
cantieristica e nautica di eccellenza;
presenza di grandi imprese e PMI specializzate;
Polo nazionale della dimensione subacquea;
turismo costiero e crocieristico;
competenze storiche nella logistica;
centri di ricerca e formazione;
posizione strategica rispetto al Nord Italia e all’Europa.
Accanto ai punti di forza esistono alcune debolezze strutturali:
carenza di lavoratori qualificati;
insufficiente ricambio generazionale;
difficoltà nell’attrarre i giovani verso i mestieri tecnici;
stagionalità di parte del turismo;
frammentazione delle piccole imprese;
collegamenti infrastrutturali ancora incompleti;
digitalizzazione non uniforme;
limitata presenza femminile in alcune filiere.
Le maggiori opportunità per il prossimo futuro riguardano la robotica subacquea, il refitting, la nautica di alta gamma, la logistica integrata, la cybersecurity marittima, il monitoraggio ambientale, la decarbonizzazione dei porti, le energie marine e il turismo esperienziale.
Il principale rischio è che gli investimenti e le occasioni di mercato procedano più rapidamente rispetto alla capacità del territorio di preparare le persone necessarie.
La Blue Economy non può crescere soltanto attraverso nuove infrastrutture.
Ogni porto, cantiere, terminal, nave o impianto tecnologico ha bisogno di persone capaci di utilizzarlo, gestirlo, manutenerlo e innovarlo.
Per essere efficace, un progetto formativo deve partire da alcune domande precise:
Quali figure professionali cercano le imprese?
Quali competenze non riescono a reperire?
Quante persone potrebbero inserire?
Quali attività possono essere apprese direttamente in azienda?
Quali qualificazioni saranno necessarie nei prossimi tre o cinque anni?
La formazione deve essere progettata con le imprese, non semplicemente presentata alle imprese quando il programma è già stato definito.
Un percorso efficace deve integrare formazione tecnica, sicurezza, sostenibilità, competenze digitali, capacità relazionali e conoscenza dell’organizzazione aziendale.
Solo in questo modo i bandi possono diventare occupazione e gli investimenti possono trasformarsi in sviluppo stabile.
Studio Aschei & Associati considera l’economia del mare una delle principali direttrici di crescita della Liguria.
L’obiettivo è contribuire alla costruzione di un sistema nel quale imprese, lavoratori, organismi formativi e istituzioni possano incontrarsi prima ancora della pubblicazione dei corsi.
Studio Aschei intende sviluppare un presidio stabile di analisi, progettazione e formazione dedicato alla Blue Economy, raccogliendo i fabbisogni delle aziende e costruendo percorsi coerenti con le reali opportunità occupazionali.
Le imprese possono collaborare segnalando:
figure professionali difficili da reperire;
competenze tecniche necessarie;
disponibilità a ospitare allievi in stage;
possibilità di inserimento lavorativo;
disponibilità di tecnici ed esperti per attività di docenza.
Le persone disoccupate o in cerca di una nuova qualificazione possono invece manifestare il proprio interesse verso i futuri corsi Blue Economy in Liguria.
La Liguria possiede porti, cantieri, imprese, conoscenze e capacità tecnologiche. La sfida dei prossimi anni sarà trasformare questa ricchezza in nuove professioni, occupazione qualificata e sviluppo duraturo.
La Blue Economy non è soltanto l’economia che nasce dal mare. È l’economia del futuro di una regione che dal mare ha costruito la propria storia e può costruire una nuova stagione di crescita.
La Blue Economy comprende le attività economiche collegate al mare e alle coste: porti, trasporti marittimi, logistica, cantieristica, nautica, turismo costiero, pesca, acquacoltura, ricerca, tutela ambientale e tecnologie subacquee.
Il valore aggiunto diretto è pari a 78,9 miliardi di euro. Considerando anche l’economia indirettamente attivata, il valore complessivo raggiunge 224,9 miliardi di euro, pari all’11,4% del PIL italiano.
Perché l’economia del mare genera il 14,4% del valore aggiunto regionale. Genova e La Spezia si trovano inoltre ai vertici nazionali per incidenza della Blue Economy sulle rispettive economie provinciali.
È un avviso finanziato dal Programma regionale FSE+ con una dotazione di cinque milioni di euro, destinato alla progettazione di corsi per persone disoccupate o inattive nei settori dell’economia del mare.
I corsi possono avere una durata compresa fra 150 e 600 ore e devono prevedere uno stage in azienda pari al 30-50% del monte ore complessivo.
Tra le figure più ricercate ci sono saldatori, carpentieri navali, manutentori, impiantisti, elettricisti, operatori portuali, addetti alla logistica, marinai, tecnici ambientali, operatori subacquei e specialisti digitali.
Le aziende possono collaborare alla progettazione, segnalare le professionalità necessarie, mettere a disposizione tecnici, ospitare gli allievi in stage e valutare successivi inserimenti lavorativi.
Fonti principali: XIV Rapporto nazionale sull’Economia del Mare 2026, Centro Studi Tagliacarne–Unioncamere–OsserMare; Regione Liguria, Piano settoriale Blue Economy approvato con decreto n. 4769 del 23 giugno 2026; Regione Liguria, roadmap per le professioni del mare; Il Secolo XIX, approfondimenti su Blue Economy, formazione, nautica, logistica e professioni del mare.
Analisi a cura di Studio Aschei & Associati – aggiornamento agosto 2026.
Blue Economy in Italia e in Liguria 2026: dati, imprese, lavoro, professioni del mare e nuovi bandi